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Ottovolanteliala


Diario


9 febbraio 2010

Barbrie

Alle volte, è semplicemente troppo tardi, e bisogna saperlo accettare.







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8 febbraio 2010

il curiosone

http://www.formspring.me/pierobellotto




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5 febbraio 2010

i don't want to remember

Come un vortice,
il buio risucchia
parole, vestiti, odori, foto e ricordi.
Dov'è il rumore dei cuori che si amano?
dentro di me
come un sasso
sul quale posare la schiena stanca.





Avesse senso dirti che mi manchi, non ce l’ha.
Perdo i ricordi, e la memoria di te, stai scomparendo.
Che sarà di me senza i tuoi stessi geni?
Oggi evito di frequentare ciò che eri, in me, per non commettere i tuoi sbagli: ho accanto qualcuno che non me la fa passar liscia se “sparisco” come facevi tu.

Mi manchi, mi manca non avere una famiglia, mi manca non riuscire più a fidarmi di nulla.
Non credo più alle cose, credo poco alle persone, non credo al futuro, e non so nemmeno chi incolpare per tutto questo.

Nevica, -sei anni fa-, nevica.

Ora tornerei a letto, protetto dal tuo caldo abbraccio, protetto dalla neve e dal silenzio di Precotto. Tornerei a letto, nella trincea protetta che abbiamo costruito.

Solo la musica, e tu. Nient’altro.

there are not many things in life
you can be sure of
except rain comes from the clouds
sun lights up the sky
and butterflies do fly
rain comes from the clouds
sun lights up the sky
and music
and music
makes me cry




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4 febbraio 2010

Marion

Ti racconto di quella volta nel bosco, dell’umido odore di funghi e di terra, del crepitar di rami sotto le suole. Ti racconto dei lupi e del terrore che non provo, delle loro fauci larghe e bavose, dei loro racconti inebrianti, zeppi di ricordi allettanti e promesse scintillanti. Ti racconto di quando pur'io, ingenua e reietta, cavalcavo l’onda degli entusiasmi, baciando ogni foglia, come ipnotizzata dalla mia stessa gioia e dal mio ignobile candore.

Io, figlia del dolore e di ogni cataclisma, abbandonata e vilipesa, prima ancor che dagli altri, da me stessa.  Io madre e figlia, io colei che tutto sa e tutto tace, strumento di piacere e di integerrimo dolore. Austera e megera, tu mi baciavi, mi adoravi, mi proteggevi così intensamente da lasciarmi stordita, e io di certo ne godevo, scema sì, ma non cretina: ho preso tutto ciò che mi davi, dalla prima all’ultima goccia.

Del tuo seme, della tua speme.

Ma la strada era lunga, e la notte era buia, e io nemmeno sapevo per certo dove mi avrebbero condotto, i passi miei e i tuoi.

Così, quasi senza accorgermene, la rotta è cambiata, giacché non ero più buona per ciò che volevi, e tu altrettanto egoista, sei sparita, giacché non potevi ottenere più da me ciò che desideravi.

E’ tutto qui, domandavo disperata accendendo la televisione?
E’ tutto qui, m’interrogavo silente, in cima a questo proscenio, appena si chiuse il sipario?

Povera me, povera te, ripetevo cacofonica, di ogni bocca turista, che subisco ogni tuo egoismo, ogni tua approfittevole devozione!
“Ma”, ancor prima che tu potessi dire “ma” ero andata oltre, certo, sola e abbandonata da te, che da me volevi qualcosa che più non sapevo darti, io andavo e i passi aumentavano, di ora in ora. Che fine hai fatto, nei giorni del domani?

Sorella mia che dirti, io ti ascolto neh, sento tutto quello che dici, percepisco ogni singola sfumatura del tuo (dis)interesse, né posso omettere a me stessa la constatazione che non prendi parte per alcuno, non per svizzera virtù, ma perché invece, è più semplice strafottersene i coglioni.
Sorella mia mi pugnali, e io perdo sangue, e le faine, da tempo, seguono la nostra pista, desiderose di suggere l’alito di morte, che in me spira da oltre un lustro.
Sorella mia io ti ho avvertita, non una ma cento volte.
La mia voce è troppo roca per essere intesa?

Volevo, potevo, dovevo, ma che farmene ancora del senso di colpa?
Avrei potuto, avrei dovuto avrei saputo per certo renderti felice. Ma a me chi ci pensava?

Ho dovuto scegliere, non voluto, credi avessi alternative?
Ora l’egoista sono io: sì lo ammetto, confesso il mio ignobile peccato, ho pensato per un attimo a me, non ho giustificazione, né perdono da invocare.
Se ci fosse Dio avrei con chi prendermela.

Divina provvidenza.

Mi manchi oh Perfida Strega dell’Est, ma volevo che m’amassi. E tu -temo- non conosci amore.




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3 febbraio 2010

23 marzo

"Dopo le precedenti ordinanze con cui il Tribunale di Venezia e la Corte d'Appello di Trento, anche la Corte d'Appello di Firenze e il Tribunale di Ferrara sollevano dubbi sulla legittimita' costituzionale del divieto di matrimonio omosessuale. La prima con ordinanza del 3 dicembre 2009, la seconda con ordinanza del 14 dicembre scorso, decidono di sospendere il processo per attendere la parola finale della Consulta. In entrambe le pronunce si ripercorrono in buona sostanza le motivazioni gia' ampiamente espresse dalle prime ordinanze su citate (rispettivamente dell'aprile e del luglio 2009). In particolare si afferma che il divieto di nozze gay appare violare l'art. 2 della Costituzione che "riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalita'". Non v'e' dubbio, infatti, ad avviso dei giudici, che la famiglia rappresenti la massima forma ove la personalita' di ognuno si realizza. Entrambe le ordinanze riportano poi l'elenco delle convenzioni internazionali che tutelano la coniugio:
- artt. 12 e 16 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo del 1948;
- artt. 8 e 12 della Convenzione per la Salvaguardia dei Diritti dell'Uomo e delle Liberta' fondamentali;
- artt. 7 e 9 della Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea del 2000;
- art. 3 della Costituzione in merito al divieto ivi contenuto di discriminazione sulla base dell'orientamento sessuale.
In proposito la Corte fiorentina, con parole toccanti, aggiunge: "Al giorno d'oggi, tuttavia, sarebbe davvero ridicolo, se non retrivo, contrapporre l'inclinazione omosessuale alla dignita' dell'uomo o all'integrita' morale del consorzio civile. Il progresso della sensibilita' comune ha ormai felicemente emancipato l'omosessualita' dal ghetto di emarginazione, se non di aperta repressione, in cui ideologie autoritarie del passato l'avevano confinata, facendo comprendere e rispettare alla generalita' dei consociati "un modo d'essere" (per usare le parole spese da Cort. Cost. n. 165/1985 per i transessuali) che risponde a moti insindacabili dell'animo umano, di cui la normativa di un ordinamento civile non puo' che prendere atto e consentire l'affermazione, evitando anzi ingerenze e sgombrando il campo da ogni ostacolo al dispiegarsi del diritto di autodeterminazione di ciascuno".
L'ordinanza dei giudici di Firenze rappresenta tuttavia un indubbio passo avanti rispetto alle precedenti ordinanze citate, perche' da un lato ribadisce con fermezza ed acume i ragionamenti gia' espressi che fondano il dubbio di legittimita' costituzionale. Dall'altro affronta ulteriori e possibili ostacoli all'espansione del matrimonio agli omosessuali, fugandoli, e maturando cosi' il quadro logico, giuridico che dovra' ora affrontare la Consulta.
In particolare l'interessante dubbio che la Corte si pone, non fosse altro che per il sottointeso quadretto sul vincolo matrimoniale, e' il seguente:
Il matrimonio e' un contratto molto gravoso, e i vincoli ed obblighi che ne conseguono non hanno eguali in tutto l'ordinamento: obbligo di coabitare, obbligo di assistenza morale e materiale anche dopo il suo scioglimento, obbligo di fedelta' sessuale. Ora, poiche' potrebbe sembrare che dette "limitazioni" abbiano la sola ragion d'essere ("scopo giustificativo") nell'esigenza di stabilita' economico-affettiva necessaria alla finalita' procreativa, come e perche' consentire una simile auto restrizione dei propri diritti a chi non si pone dette finalita'?
"Il divieto di matrimonio tra omosessuali perderebbe cosi' ogni sapore discriminatorio per assumere una funzione di salvaguardia, nei confronti di chi, non potendo procreare, verrebbe messo a riparo da impegni che l'ordinamento considera altrimenti intollerabili. La ratio della preclusione, a questo punto non sarebbe odiosa, sarebbe quella stessa ratio liberale e protettiva che, fuori dal matrimonio, impedisce in via ordinaria a chiunque di obbligarsi per tutta la vita ad essere fedele o a coabitare con qualcun altro".
Il ragionamento, che pur ha una sua validita' logico giuridica, e' poi utilizzato dai Giudici fiorentini per ricavarne opposte conclusioni: la finalita' procreativa svolge ormai solo un ruolo tendenziale nel giustificare l'instaurazione del matrimonio (si pensi alle coppie sterili), l'istituto che invece adempie ad indubbie funzioni di solidarieta' sociale e morale ingiustamente precluse alle coppie omosessuali.
La Corte d'Appello di Firenze afferma, del resto, che la tutela accordata agli sposi, grazie alla stabilita' del quadro delle relazioni sociali, affettive ed economiche che comporta, agli obblighi e ai diritti che ne consegue, non trova eguali ed adeguate possibilita' suppletive nell'autonomia di diritto privato.
E mentre e' ormai tramontata nella passata legislatura una ipotesi sbiadita di Pacs, Dico e quant'altro, i Giudici della Consulta si confronteranno con questa nuova interpretazione costituzionalmente orientata, moderna, attuale, che arriva dalle aule dei tribunali. Organi sempre piu' deputati a supplire laddove la politica, da anni, costantemente, fallisce."






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1 febbraio 2010

Lascia che ti parli di ciò che mi fa paura.

Mi fa paura il futuro, il lavoro. Mi terrorizza sentire di tutta questa gente a casa, mi sconvolge non venir chiamato a un colloquio. Mi spaventa il futuro, gli anni che passano, il mio corpo che perde pezzi, la mia memoria che peggiora, di giorno in giorno.
Mi prende il panico se penso al domani, al fatto di non farcela, al fatto di farti rischiare l'avvenire, con quello che –in giornate come questa- mi sembra un vicolo cieco.
Vedo i miei amici, i nostri amici, lottare ogni giorno, combattere le nostre stesse guerre, li vedo esausti e stremati, alcuni di loro hanno perso la battaglia e da molto non riescono a rialzarsi.
Mi sento stanco, e stremato, mi sento avvilito, e arrabbiato e demoralizzato e deluso.
Mi fa orrore sentir parlare di multinazionali, di skills, di gbu, di forecast, di budget. Continuo a pensare che, prima di tutto questo, le cose funzionavano, e la gente non era terrorizzata. La gente normale pensava di potercela fare.

Ma la normalità ora è preclusa,
non è accessibile. Ora, in questo posto, in questo mondo, se non hai 25 anni, due lauree, un master e minimo tre lingue fluenti (e nonostante ciò non hai nemmeno idea di cosa significhi lavorare, vendere, organizzare, gestire) semplicemente sei invisibile.

L’invisibilità fa paura, mi fa paura, da morire.

 




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29 gennaio 2010

un altro addio - è difficile non smettere di credere




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25 gennaio 2010

tutto intorno a tre

E così, dopo dodici anni non sono più Vodafone.

Il 2010 inizia all’insegna del cambiamento, proseguendo, in questo modo, quanto operato già nell 2009 e nel 2008.

E’ strano, eh, e sia ben chiaro.

La scusa scatenante per comprare il cellulare, dodici anni fa, fu quella di poter essere raggiungibile da Enrico, che era appena entrato in ospedale, per non uscirci più.
Negli anni ho portato con orgoglio la bandiera di Vodafone, sostenendola contro i volgari tim e i poveri wind.


Ma, come ultimamente mi è capitato di constatare, se imbocchi la strada del cambiamento (anche telefonico), a cascata tutte le cose cambiano. E’ un processo irreversibile, e bisogna esserne coscienti quando si operano determinate scelte.

Scelte rischiose, come amare qualcuno, scelte rischiose, come lasciare qualcuno. Ed io, da piemontese pavido quale sono preferirei non doverle fare queste scelte.
Però alle volte ti ritrovi ad essere in un punto di non ritorno, e se dapprima una scelta ce l’avevi e potevi tergiversare, adesso hai le spalle al muro. E non c’è altra soluzione se non quella di aderire al cambiamento, e permettere alla vita di far girare i propri ingranaggi.


Enrico è morto dopo poco, ricordo la nostra ultima telefonata come se fosse avvenuta stamattina, ancora adesso mi sembra impossibile. Ma è così.

E la vita mi ha macinato fuori, mi ha trasformato e ha trasformato le cose intorno a me, cambiando non soltanto gli eventi, ma la mia stessa percezione del mondo.

Alle volte ti innamori di qualcuno, anche se quel qualcuno non potrà mai essere tuo, almeno non nel modo in cui vorresti. E lo sai dall’inizio che non potrai mai avere ciò che vuoi. Però, per una sfortunata serie di coincidenze decidi che quello che ti dà è sufficiente, che ti basta.

E su quella sufficienza ci crei il tuo mondo.

Per un giorno
Per tre anni
Per dodici anni
Per trentasei anni

Ma è un errore, e in cuor tuo lo sai che è un errore. E sai che finirà male, perché quella persona se ne andrà, o te ne andrai tu oppure uno di voi due morirà lasciando l'altro come un allocco.

E a te non resterà proprio nulla, nemmeno il ricordo. Perché il ricordo sarà basato su un inganno, o su un’incomprensione.

Cruda la realtà, vero?

Però tener gli occhi chiusi è stupido, e se ci pensi bene non ne vale la pena. Se “finché ce n’è piglio quello che c’è” è il mio motto adottato preferito, allora devo avere perlomeno “quello che c’è” perché se quello che c’è è un’illusione concordata, allora non c’è proprio nulla.





Ultimamente la gente mi vede diverso. Io mi vedo sempre uguale, invero. Al massimo feliciotto, ma intimamente identico. I miei rapporti con gli altri sono rimasti del tutto immutati. Continuo a voler bene alle stesse persone alle quali volevo bene prima di tutti questi cambiamenti.

Perlopiù mi si dice “sei diverso, sei sereno, sei felice, in questa casa si respira aria tranquilla, tutto ha un posto”. C’è chi mi ha detto “non ti ho mai visto così felice (e mi conosce da 18 anni…)”.

C’è chi mi ha detto “Piero è stato rapito dagli alieni, e al posto suo c’è una persona che mi piace molto di più”.

Davvero, io non mi sento cambiato, stamattina mi guardavo attentamente allo specchio, in cerca di segni evidenti di cambiamento. Ma a parte nuove rughe e nuovi peli bianchi non ho ntato nulla di particolarmente diverso.

E non so nemmeno se sono felice in senso generale. Ho troppi problemi per sentirmi “tranquillo” e la serenità per me è un valore imprescindibile, e che perseguo –inutilmente- da anni.

Ma so che tu mi rendi felice, so che se solo potessi ti porterei via da tutto questo marasma, so che tenerti per mano mi calma, so che sai riportarmi “indietro”, so che ci sei, e che vuoi le stesse cose che voglio io, so che se penso ai tuoi occhi i miei diventano umidi, so che posso condividere le cose con te, anche quelle che non ti piacciono. So che mi riempi di attenzioni, di premurose attenzioni, so che ascolti ciò che ti dico, anche quando ha poca coerenza, so che l'unica cosa che desidero, realmente, è renderti felice.

So che quando ti abbraccio, nel cuore della notte, tutto ha una collocazione, tutto a un senso.

Mi manchi. Forse è questa la felicità.




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21 gennaio 2010

unconventional saturday, true love




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19 gennaio 2010

Il domani inventato

21 dicembre 2009

"Vorrei che tu venissi da me in una sera d'inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole dove si visse insieme senza saperlo".

Dieci giorni senza riposo, dieci giorni al freddo. Dieci giorni immersi nella nebbia, senza sole, senza luce.
Il tempo con te non basta, né la qualità intrinseca del nostro agire è sufficiente a curare.

Mi stacco, mi trincero dietro schemi triti come vecchi vestiti, usurati dal tempo e dalle cose. Dalle parole e dai sogni.

Ti amo, non è uno scherzo. Nessuno dei miei rapporti è più uno scherzo, sono un ometto, faccio sul serio adesso.

Invidio il tempo trascorso, non è rimpianto, è rancore questo.
Vorrei riprendermelo indietro: riguardarmi adesso mi ferisce.

Invento (o riciclo?) passi, inserendoli in tempi precisi, laddove la precisione non m’appartiene, e permetto a chi se n’è andato di andare avanti, io non trattengo mai nessuno.

Gioco alla lotteria, che ho già vinto, sperando in maggior fortuna.

Mi chiedo, ogni singolo giorno di questa nuova vita, cosa sia il giusto. Sto imparando, e ho paura di sbagliare.

Vorrei essere un po’ meglio di così, vorrei davvero essere un po’ meglio di così.

“…penso a tutti voi, alle decine di modi diversi per provare amore. Ogni amore diverso, ogni amore infinito. Penso di non meritarne così tanto, ma me lo piglio lo stesso, non si sa mai che stavolta mi sbagli. E allungo le braccia più di così, sperando che le mie carezze siano abbastanza caparbie da raggiungervi tutti”




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18 gennaio 2010

La città del sole

Nove giorni difficili, e già vorrei scappare di nuovo. Com’è possibile non vedere mai il sole?
E poi, le commistioni non funzionano su di me, c’è un campanello d’allarme che ulula silente. Attento Piero, qualcosa non va bene se mischi, non sei più Misto.

La ragazza cinese magra con una grossa sorpresa, gli spaghetti e la cacarella alle cinque del mattino. Se non dormo divento matto.
E tu, che inaspettatamente mi dici la cosa giusta, mi fai magiare aragoste come se fossero hamburger, beviamo vanilla-coke come fosse acqua frizzante, andiamo per parenti, modifichiamo casa nostra. Ho il terrore, o meglio la paranoia, di sbagliare ancora, ho il terrore o meglio la paranoia di ferirti. Non esistono altre possibilità, se non questa che abbiamo voluto, conquistato, guadagnato.

Ci muoviamo all’unisono, giorno e notte, come affiatati ballerini, sempre in contatto sempre attaccati, tutta la notte, tutto il tempo che ci è concesso, per non perderci, ma soprattutto per sentirci.

Ma alcuni amici non capiscono, e possono sentirsi esclusi da questo amore, e prendono le distanze, nemmeno un abbraccio, o un semplice sms. Cose basiche, come se la decisione presa li stesse inducendo a distaccarsi, prima del tempo.

Non si può vivere aspettando il sole, non quando sai che esistono altri posti, dove la vita è possibile. Qui è tutto sbagliato: sbagliato il lavoro, sbagliato il denaro, sbagliata l’aria, sbagliata la temperatura, sbagliati i rapporti.
Qui non puoi passeggiare, non puoi avere un cane, non puoi aprire le finestre. Non si può vivere al buio.

Poi c’è l’amore: ti guardi intorno e le coppie che funzionano realmente sono talmente poche da spaventarti a morte. A parte L & A? E & M? L & G? su quanti altri posso contare? Dietro quante altre coppie ci sono astio e tradimento, noia e disprezzo, disillusione?

E per chi non ha avuto l’immenso dono che abbiamo avuto noi, quali sostitutivi potranno riempire lo spazio vuoto?

Non qui, non qui, qui è impossibile. Se non dormo, se non vedo il sole, divento pazzo.




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11 gennaio 2010

jet leg

Tropo stanco per razionalizzare, per comprendere. Non sono più qui già da molto tempo.
Ho pensato tanto.
E ho guardato l’oceano e un altro pezzo di me ora è lì, inconfutabilmente.
Ancora non ho risposte chiare.
Ho –per certo- percepito il dolore che provoca l’amore, simile al dolore provocato dal mio nuovo tatuaggio.

Ma il male uno lo dimentica in fretta, appena finisce di colpire.
E resta solo la gratitudine e la gioia per il dono ricevuto.
Imparare a vedere, imparare ad ascoltare, imparare ad amare. E’ una fortuna immensa la mia, non ho modo per descriverla.

Una fortuna che tutti dovrebbero sperimentare.
Davvero, solo ora capisco quanto sia importante volere davvero qualcosa.




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23 dicembre 2009

2010?

due cause
due lavori
tante incertezze.

Io ci spero.

Ora vado, ciao. Ci si vede.

Prima o poi.




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22 dicembre 2009

non è solo la neve

odio la morte.

per il dolore che porta a chi resta

e per il grigiore che semina attorno a sé




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21 dicembre 2009

Caught a light sneeze

Dovrei sentirmi disoccupato, ma in realtà non lo sono.
Dovrei sentirmi depresso dal Natale, ma il Natale quest'anno nemmeno esiste.
Dovrei sentirmi preoccupato, ma che farmene di altra ansia?
Dovrei sentirmi offeso, ma perché perdere altro tempo?
Dovrei guardarmi ancora indietro, ma lo specchietto retrovisore s'è rotto.

Le mie giornate ora sono fatte di fini capelli biondo-tiziano, di mille parole ripetute-analizzate-vissute-sdolcinate e di un milione d'abbracci.
Le mie giornate ora si muovono, attraverso i km che dividono le città, attraverso i km che ci separano dal mare, attraverso le nuvole sulle quali saltelleremo giovedì.
Le mie giornate guardano oltre e aspettano calme e impazienti, un futuro che temo e adoro, a priori.

Poi ci sono io, il solito io, nulla è cambiato.
Uguale, e radicalmente diverso.

Fuori nevica, e questo è il mio abbaino.









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15 dicembre 2009

when i was a boy...

...un labbro rotto non faceva maggior scalpore di un 47enne quasi ammazzato in centro a Milano reo d'essere omosessuale.

...la globalizzazione non devastava società, persone, magnifici prodotti e cuori.

...alcune cose avevano un valore.

Ai miei tempi, signora mia.

Ancora nove giorni: non ce la faccio più.








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10 dicembre 2009

E invece no

“non c’è più tempo per spiegare”. Esistono persone che devono cadere sempre in piedi. Esistono persone che vorrebbero gestire la vita degli altri. Esistono bugiardi che nascondono la verità infangando gli altri. Esistono persone meschine, persone aride e vuote.

“vedere distruggere tutto il lavoro di persone che hanno messo anima e cuore come voi e noi mi sconvolge; perdere un caro amico e collega come te mi distrugge dentro. Sei molto caro, per qualsiasi cosa io possa fare chiamami”

A quanti ambiti potrei applicare quanto sopra?

Triste.

Vedere svilito tutto, infangato tutto, buttato tutto al cesso, tutto quanto.

Triste.

Constatare il tuo silenzio, la tua mancanza di tutto, l’inesistenza di ciò che andavi affermando.

Un involucro vuoto. Un bellissimo, inutile, fragile, involucro vuoto.

Triste.

Contare le tue accuse, credere inutilmente che tu possa capire, quando non hai mai capito.

Vergogna, dovresti provare solo vergogna, dovreste provare solo vergogna.

Invece no.

Io sono qui, e avrei avuto da dire ancora, ancora.

 

 

Ora non resta che aspettare fino a lunedì, e stare a guardare.

 

Mi sa che l’otto avrei dovuto ballare pure io, sarebbe stato fantastico farmi truccare dalle tue mani :-D





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10 dicembre 2009

penso

che al mondo esistano alcune persone semplicemente migliori di altre 




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3 dicembre 2009

Get closer to the fire

Io penso che l’ultimo anno anzi no riformuliamo.

Io penso che gli ultimi 5 anni, abbiano drasticamente limitato la mia capacità di sopportazione.

Con un niente m’infiammo e aggredisco, o mi chiudo a riccio, a seconda dei casi.

 

La mia proverbiale pazienza bibilica ormai se n’è andata a farsi fottere, insieme al “posto fisso” e a un altro paio di cose la cui narrazione non è adatta a questa sede.

E’ che ne ho le palline piene di un sacco di cose, di un sacco di atteggiamenti di merda, ne ho le palle piene delle bugie, di chi trama alle spalle, ne ho le palle piene delle valide ragioni che valide non sono, e delle scuse per non prendersi mai impegni.

Per non assumersi nessuna responsabilità

 

Esisteva un tempo più “leggero”, almeno formalmente, il tempo sulla poltrona Frau marrone, il tempo col televisore in bianco e nero.

 

Il tempo delle fantasie sessuali sull’Uomo di Atlantide (mamma che figo)



 



e su Ralphsupermaxieroe.

 



Esisteva il tempo nel quale ero solo un adorabile chiacchierone un po’ pettegolo, un tempo nel quale la vita non aveva ancora corrotto nulla, e nel quale non mi ero ancora lasciato calpestare da troppe persone e situazioni.

 

Un tempo nel quale ricercare un’emozione era semplice come bere un bicchiere d’acqua. Un tempo nel quale tutto era esposto, alla portata di tutti.

 

Solo che poi succedono un sacco di cose, e uno inevitabilmente si struttura, e tira su muri e muri, e ponti levatoi, e canali con i coccodrilli; un vero disastro per chi arriva dopo e ha tutti i requisiti per poter entrare.

E lo so che l’ironia è la mia arma più affilata, lo so che se mi sento minacciato la sfodero senza alcuna pietà.

 

Ma è solo paura la mia. E la paura, a questo punto, non è più compatibile con il presente.

Perché la vita non è un telefilm, e non è nemmeno il crogiuolo dei rimpianti.





 

La vita è oggi, è il gesto di oggi, l’impegno di oggi, la parola di oggi.

Ed è il mio domani.

Il nostro domani.




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30 novembre 2009

Strappa veloce, amore mio.

Tra poco sarà tutto finito. E’ questione di giorni, o di ore.
Poco, pochissimo, e anche l’ultimo legame con ciò che ero sarà sciolto, l’ultimo immacolato errore mondato, cancellato. L’ultima postazione, l’ultima punizione.
Sembra incredibile: via tutto, cancellato tutto.

Cancellata Maggiolini, la moquette puzzolente, i vestiti sadomaso nascosti nel garage, le puzze dal wc, le risate con la Stefy, la patata in bocca a Kumico, gli scherzi e le panzane di Fede, i dolci di Barbara, l’amore incondizionato di Raffy, l’alito e le bugie di Teddy, le infinite riunioni intorno al tavolo ovale, le litigate, le piccole invenzioni geniali, le serate a impacchettare i regali di Natale, gli avvocati, i pomeriggi a preparare le fiere, i voli, i km in auto, i soldi che non bastano mai.
Finito tutto, finito tutto quanto, tra meno di un istante.

E nel frattempo mi si chiede di programmare il lavoro altrui per quando, tra breve, sarò congedato. Davvero esilarante.

E di quel me cosa resta? Il rimpianto di aver dato così tanto? O forse quello è stato il regalo più bello?

Altri hanno strumentalizzato, infangato, altri ancora sono arrabbiati con me perché ho detto la verità.
Di ciò che sono stato non resterà nulla, ormai è chiaro.
Credevo non fosse necessario distruggere per ricominciare.

Ma ora sto parlando d’altro.




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24 novembre 2009

i fiori selvatici

il tempo del Prima

"io sono quel bambino di sempre, arrabbiato e solo, che ti lancia l'insulto di quell'arrabbiato bambino di sempre e ti avverte: se ipocritamente mi accarezzi sulla testa io colgo l'occasione di rubarti il portafoglio.
Io sono il bambino con la faccia sporca, davanti al panorama di terrore imminente, lebbra imminente, pulci imminenti, offese e crimini imminenti.
Io sono quel bambino odioso che improvvisa un letto con un vecchio scatolone e che aspetta, certo che verrai con me"


E sono quel bambino stanco, e strumentalizzato, quel bambino usato, sformato, tradito, trasfigurato. Sono quel bambino al quale hai mentito, sono il bambino-gioco che hai scopato, succhiato, sono quello stesso bambino di sempre che hai abbracciato, ignorato, accarezzato.
Io sono il bambino arrabbiato, per le parole che hai usato, per la condiscendenza che hai usato, per i sorrisi di circostanza che mi hai regalato. Sono il bambino negato, al quale hai anteposto ogni cosa, sono il bambino senza famiglia, che una famiglia ha rifiutato, sono il bambino incazzato che non chiedeva, perché offeso dai tuoi silenzi, perché offeso da te.
Sono il bambino egoista che se n'è andato, che ti ha lasciato, che ti ha lasciata, che ti ha chiamato, che invano ti ha cercarto e cercata.
Sono lo stesso bambino di sempre, quello dal quale volevi cose che non potevi ammettere, nemmeno a te stessa, quello che ti portava a spasso, con la sua infinita indipendenza, ma triste e solitario, perché continuavi a voler altro da lui.
Sono quel bambino incantato, e incatenato, trasognato, quel bambino che sgrana gli occhi e ti chiede solo quello che non sai dare, il bambino stupido, ed egoista, e sognatore, e amorale, e traditore.
Sono il bambino che hai offeso, che hai toccato, sono il bambino che hai incontrato dove non doveva stare, e allora l'hai ricattato. Sono il bambino che hai truccato e vestito, il bambino travestito che per te ha ballato, che per te ha scimmiottato, che per te si è umiliato.
Io, che a lungo ti ho accompagnato, io devastato, arreso, umiliato, calpestato, deriso, licenziato, rimbalzato, io che nonostante tutto ti stringevo la mano, io, dall'alto della mia suprema incoscienza, io paladino incontrastato del mio assoluto egoismo, io tua vittima e tuo carnefice, io tuo benefattore e tuo aguzzino, io tuo debitore e tuo creditore.

Basta spegnere la luce. Basta spegnere la luce. Null'altro. Per andare. Per interrompere. Per determinare. Basta spegnere la luce per non permettere di interpretare e di strumentalizzare. Basta spegnere la luce per chiudere il cerchio di ciò che non hai saputo chiedere ed è stato più semplice disprezzare, piuttosto che guardare ed ascoltare.

Non sono altro che lo stesso bambino-ballerino che sognava di essere Fred: i miei gesti equivalgono ad ogni parola, ad ogni pensiero. Nient'altro.
E ciò che chiedevo a te, da te, per te, in te, ciò che chiedevo a ogni te che ho incontrato. Era così semplice. Così semplice.
Ma tu non hai capito. Guardavi la mia pelle candida, con l'incredulità della tua ragione e della tua coerenza, come si guarda con benevolenza un bambino copriccioso e incoerente, che chiede l'impossibile. Ma quella religione era la tua. E non te ne sei accorto. E adesso la tua vittima è morta, sotto il peso della tua stoltezza, o malaccorto candore.



ora è tempo di Adesso.

Silenzio. Pe tutti voi.

Un nuovo giorno.

Per te che non hai bisogno di capire.

Un nuovo giorno per noi
che camminiamo nella luce indaco riflessa sulla sabbia glitterata.
Un nuovo anno per le nostre mani
che si cercano silenziose nella notte.

Un nuovo mondo, soltanto per noi due.




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23 novembre 2009

Ho bisogno di Sole.

Ogni spazio è contaminato e muoversi all’interno di una nuvola d’acqua equivale a vivere in un perenne stato di tensione. Le cose sono troppo difficili, da troppo tempo e, a momenti, mi sembra di perdere le redini, di perdere il controllo. Sono stanco di essere stanco, sono preoccupato dalla preoccupazione, temo la mia stessa ombra, e l’ombra della mia ombra. Vedo solo rischi e problemi, nella politica, nella vita, nella salute, nel lavoro. E' solo paranoia, figlia di infiniti e continui problemi da risolvere.
E tutti sono nevrastenici -io compreso-, pronti a ferire, a difendersi, ad attaccare.

Questa città non aiuta per niente. Per niente.
E mi domando che fine abbiano fatto un sacco di cose.
Stavolta, io credo, che rallentare sia una pessima opzione.




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17 novembre 2009

senza vergogna

Oh che sarà, che sarà
quel che non ha decenza né mai ce l'avrà
quel che non ha censura né mai ce l'avrà,
quel che non ha ragione.

persino il Padre Eterno da così lontano
guardando quell'inferno dovrà benedire
quel che non ha governo né mai ce l'avrà
quel che non ha vergogna né mai ce l'avrà
quel che non ha giudizio…






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16 novembre 2009

Un fatto ovvio

Tre concerti in tre giorni, 700 km, piadine, crostini, stracchino, sabbia, vapori, acqua viva e colazioni nel patio.

I lunedì sono terribilmente difficili ora, non come un tempo durante il quale tornare in ufficio era una mezza festa.
Pensavo fosse un bel lavoro, invece era una proiezione della mia testa, o poco più. Pensavo di aver realizzato delle cose, ma ora che è tutto svanito non comprendo più se quelle cose fossero reali oppure no.

Propendo per dire di no.

E’ che credo che esista un tempo giusto per ogni cosa. E quel tempo si materializza a metà strada tra i nostri sogni e la realtà dei fatti.
Ma non compromessi: strade condivise.

Le cose poi cambiano, e gli eventi ci portano a inevitabili scelte, a rinunce obbligate, a traslochi; alle volte ci portano a pesanti ferite che provocano fistole che non potranno mai rimarginarsi. Così non resta che conviverci, non c’è alternativa.

Sia la gioia che il dolore portano con sé una dose di tristezza: siamo tutti figli della Sindrome del Sabato (e non siamo in grado di goderci -o di superare- qualcosa sapendo che prima o poi le cose cambieranno).

“Non capisco perché, dopo un po’ le cose debbano cambiare”.
Ma non è detto che debbano peggiorare.
Perché non si tratta di modificarsi, non si tratta di andare a vedere la Pausini a Rimini, o gli Skunk Anansie a Milano, non si tratta di capire quale musica trasmette il nostro amplificatore o cosa mangiamo per cena, o permettere a qualcuno di guardarti da vicino, o condividere i segreti, o i soldi.
Non si tratta di snaturarsi per amore.

La differenza –sostanziale- sta nell’aver voglia di camminare per sentieri che non sono i nostri. E farlo tenendosi per mano con la curiosità di capire dove andremo a finire.

La differenza sta nel non dover chiedere, nell’essere sincronizzati. Nel desiderare, profondamente, le stesse cose nello stesso momento.

Il resto, comprese le parole, sono solo spifferi passeggeri.

Così si supera l’autismo

e si combinano un sacco di bellissimi guai

e ci si abbraccia stanchi, dopo tanto camminare, di nuovo a casa




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11 novembre 2009

Bandiera bianca

E poi, a un certo punto, uno deve capire che non c'è altra alternativa se non dichiararsi sconfitto.





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10 novembre 2009

La montagna incantata

Alle volte capitano momenti di rara lucidità, momenti nei quali mi sembra di ricollocare tutto nel modo migliore. Dare un senso alle cose, e per cose intendo errori. Capita spesso dopo lezione, quando il sangue mi scorre caldo nelle vene, quando ho la testa bagnata di sudore, e non sento ancora i dolori derivanti dallo sforzo, e dal logorio del tempo.
Sono momenti sospesi, nei quali taccio, in cristallina meditazione, rimuginando un unico concetto e sviscerandolo, in ogni recondito anfratto.

Per molto tempo ho dimenticato di avere un’essenza, e dei bisogni che fossero differenti da quelli manifestati.
Cacca, Pappa e Westwood erano il mio credo, e non riuscivo nemmeno più a percepire il latente richiamo che il mio cervello mi lanciava. Così soddisfacevo con palliativi ciò che non avevo il coraggio di affrontare.
Certo non era un cancro, ma un malessere diffuso, ecco, niente di più, come una lieve astenia nella quale indugiare.

Potrei giustificarmi dicendo che sono piemontese, che in me alberga l’insidioso seme della malinconia.
Forse è vero, forse non sono scuse. E, stupidamente, il “non oso” ipocrita che c’è in me e il leone orgoglioso che c’è in me, mi hanno indotto –per anni- a credere che se non avevo ciò che avrei voluto avere i motivi erano solo due: 1) non lo meritavo; 2) non me lo si voleva dare.

Forse è vero, la comunicazione risolve spesso situazioni del genere, e la non comunicazione (o meglio la comunicazione subordinata che consiste nell’usare condizionali al posto di imperativi) crea incomprensioni.
Ma nella mia testa frullava una convinzione: “se costui o costei non sente la mia stessa necessità, perché dovrei imporgliela o supplicarla”?
Io agli ultimatum non credo. Nemmeno un po’.

Ecco, ieri sera, in uno di quei rari momenti di estrema lucidità, mi sono dato una risposta definitiva, (peraltro dando ahimé un po’ ragione al sig. D. che non mi parla più da tempo). E la risposta è no, non è giusto chiedere o imporre qualcosa a qualcuno che non sa o non vuole darla.

In fin dei conti, ho capito, come uno sciocco, che in amore, nel lavoro e anche nelle amicizie, è solo una questione di gran culo.
Devono allinearsi tre pianeti: sincronismo, volontà condivise, interesse reciproco.
E’ per questo che è così difficile trovarli.




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5 novembre 2009

Le dimensioni contano

Che 34 fosse una discreta dimensione non avevo alcun dubbio e sentirmelo confermare da Babbo Natale in persona non mi ha stupito più di tanto. Ora aspettiamo otto mesi, se non cresce furiosamente possiamo lasciarlo lì, per altri otto mesi, e così via. Brutta cosa però quando il tuo corpo fa quel cazzo che gli pare, che tu voglia o no.

E’ stato stranissimo passare un pomeriggio ad Amendola, vedere che al San Luca sono ancora registrato come residente in Sebastiano del Piombo, ritornare nel bar nel quale facevo colazione un tempo, rimettere piede nella vecchia esselunga. Oh Dio, non sembra nemmeno lontanamente possibile che quella fosse la mia vita, circa quindici anni fa. Il paradosso è che allora, se solo avessi voluto, mi sarei potuto sposare in meno di cinque minuti.

Sembra assurdo come alle volte un piccolo gesto porti a svolte così macroscopiche e sostanziali. Una scelta, operata da noi, o da qualcun altro, cambia lo scenario in modo definitivo.
E anche quando a scegliere non siamo noi, quanto, delle nostre azioni, ha in realtà portato a quel cambiamento?

Cammino per i larghi marciapiedi del quartiere fiera, con un corpo e una testa quasi nuovi, ero davvero un ragazzino allora. Ascolto i discorsi al bar, i trans, i crocefissi in chiesa, preconcetti populistici che mi fanno pensare che le battaglie intraprese forse sono davvero utopistiche, soprattutto quando a contrastarle sono gli stessi interessati. Guardo le espressioni degli anziani in sala d’aspetto, percepisco la loro paura, la paura di morire, la paura della malattia, la paura di tutto ciò che non comprendono o non possono controllare.

No, la paura non è una cosa buona e giusta, non per me, perlomeno. La paura mi ha immobilizzato per 39 anni, e ancora oggi, se non mi violento, è in grado di bloccarmi.
Ma a furia di non agire, di lasciare che le cose restino così perché “tanto sono così e cosa ci puoi fare”, si rischia davvero di finire male, molto male.

E allora tanto vale rischiare, o no?

Probabilmente è davvero un momento cruciale, probabilmente siamo davvero nell’occhio del ciclone e rischiamo di essere spazzati via. Ma rivedere questi posti, ripensare a quella sensazione di stallo, e confrontarla con la completa trasparenza del mio vivere attuale, il fatto che ora le cose siano così come sembrano, mi conferma che l’immobilismo –non solo per definizione- non mi porterà mai da nessuna parte.




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3 novembre 2009

just married

Gentile Letizia Moratti, Sindaco di Milano,

oggi, 3 novembre 2009, io e il mio fidanzato (e altre due coppie, e un legale della Rete Lenford) ci siamo recati in comune presso il vostro ufficio Pubblicazioni Matrimoniali, in via Larga 12, al fine di richiedere, per l’appunto, tale pubblicazione.
Prima di scendere nel dettaglio di ciò che è avvenuto, ci terrei a ricordarle ciò che enuncia l’articolo 3 della Costituzione Italiana che dichiara testualmente:
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

Brevemente: una deliziosa signorina ha accolto la novella coppia, con un gran sorriso chiedendo “chi di voi due si sposa e con chi?” e alla risposta “noi due con noi stessi” il sorriso si è raggelato in un ghigno satanico, ma pur sempre estremamente gentile.
Dopo brevissima consultazione col capo ufficio, ci ha informato che non avremmo nemmeno potuto far richiesta di pubblicazione, in quanto sprovvisti dei requisiti necessari.

Ad ogni modo la sua collega (che esclamava nel frattempo: che bello! Buona fortuna!) ci ha suggerito di far domanda in carta libera all’ufficio Protocollo.
Usciti dall’ufficio nel quale ci sono stati negati -in quanto rei d'omosessualità-  i nostri elementari diritti di cittadino italiano che vota e paga le tasse, ci siamo confrontati con le altre coppie alle quali era stata detta la medesima cosa.
Nota a margine: durante questa breve consultazione tra coppie ed avvocato, un dipendente comunale si è premurato di farci sapere (ripetutamente) che la suoneria del suo telefonino era "Faccetta Nera", nota canzoncina dei bei tempi perduti del fascio.

Così il variopinto gruppetto si è spostato ai piani bassi, all’ufficio protocollo e, dopo non poco penare, è riuscito a depositare finalmente questa domanda di richiesta per poter accedere al servizio di Pubblicazioni Matrimoniali.

Letizia, vorrei porre la sua attenzione su un esempio banale ma molto significativo: se a lei, in quanto donna, venisse negato il Diritto Costituzionale di accedere al voto, come si sentirebbe?

Ecco, esattamente nello stesso modo mi sento io stamane, violato nella mia dignità umana, personalmente offeso dai suoi dipendenti e soprattutto arrabbiato perché:
1) non solo mi viene negato il diritto di sposarmi, ma l’atteggiamento dei suoi dipendenti, viola l’articolo 3 della costituzione, rendendo ANTICOSTITUZIONALE L’OPERATO DELL’ANAGRAFE DI MILANO
2) oltre al diritto di sposarmi mi viene negato anche il mio diritto di dignità, sminuendo la mia persona, nonostante –come già sottolineato- io sia Cittadino Italiano incensurato, paghi le tasse ed eserciti il diritto/dovere di voto
3) naturalmente a tutto ciò si sommano tutti gli altri diritti correlati ai quali non posso accedere: si va dalla licenza lavorativa matrimoniale per arrivare al diritto di successione, alla responsabilità sanitaria… la lista è lunga, caro Sindaco

La prego quindi di dar seguito, nei tempi previsti dalla legge, alla richiesta di pubblicazioni depositata dalla nostra coppia e dalle altre coppie facenti parte dell’associazione “Certi Diritti”.
La prego inoltre di ricordare ai suoi dipendenti che l’intimidazione è un reato punibile per legge.

Cordialmente

Un cittadino che paga le tasse.

PS: ad ogni modo, da oggi, che lo stato italiano sia d'accordo oppure no, io sono sposato. Noi siamo sposati.

Wow.




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2 novembre 2009

Maybe Me?

A proposito di privacy: in un noto centro diagnostico Milanese. “sì mi deve compilare questo, questo e quest’altro, la normativa per la privacy, questo modulo di autorizzazione e questa liberatoria e mi serve una fotocopia della sua carta d’identità”.
Scusi perché, chiedo io con fare innocente. “Perché lei sta facendo il test dell’hiv” sbraita l’infermiera davanti ad almeno 50 altre persone.

Privacy. Ehm.

Uno strano concetto nei tempi di internet, quando tutti hanno accesso a tutto, i tuoi ex fidanzati-amici-amanti, possono tenere d’occhio i tuoi movimenti, parlare di te con i tuoi amici, coi tuoi parenti persino. Quando scopri che a darti della zoccola in giro è chi la zoccola con te ce l’avrebbe fatta tanto volentieri -nonché la stessa persona che ha cornificato tutti i propri fidanzati con l’intero globo terracqueo-. Oppure quando confidi a qualcuno qualcosa di intimo e segreto. E scopri che il tuo nuovo fidanzato lo sapeva già anni prima che tu glielo raccontassi, anni prima che tu ti ci mettessi insieme. Ma non me la prendo, ovviamente era preventivato, dalle rape non esce sangue, neppure da me ne esce molto di sangue, in fin dei conti. Ma nemmeno succo di rapa.
Chi di spada ferisce, diceva un vecchio adagio.

NB: - cambiando discorso e soprattutto soggetto - sono innamorato, non è una cosa contagiosa. Puoi, anzi devi chiamarmi, ogni vota che ne hai voglia. Prometto che non t'ammali pure tu.

Giovedì scorso è stata una giornata bellissima, davvero bellissima, una delle più belle, e non me la farò rovinare né dal lavoro, né dagli sms, né da altre cazzate. Mi spiace, davvero, stavolta ha ragione Babs.

Ah, dimenticavo, da non scordare -cambiando ancora soggetto-: "no nessuna news, sempre quasi disoccupato" richiede un minimo di risposta, anche da parte tua.

Vaffanculo is the only answer




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23 ottobre 2009

il Muro

Poi ti risvegli e ti sembra che tutte le certezze stiano crollando, e non capisci più un sacco di cose. Tutto improvvisamente, da difficile, sembra diventare impossibile.

Così ti chiedi: ma se la tua società va così bene che non sai nemmeno da che parte girarti per riuscire a soddisfare tutte le richieste di fornitura, perché tenti di convincermi in tutti i modi a diventare il tuo agente procacciatore di nuovi clienti?

Oppure ti domandi: ma se famiglia è chi famiglia fa, basta dire a chiare lettere come ci si sente per far scomparire dalla propria vita ogni traccia di quella famiglia?

E se non bastasse: è troppo chiedere sincerità a chi dovrebbe starti vicino ma vicino non ti sta?

Oggi mi sento scoraggiato, non ho altre parole per dirlo. Scoraggiato, ecco.





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